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Artūrs Strautiņš

Artūrs Strautiņš

Il trucco è lavorare dietro le quinte 

Intervista a Artūrs Strautinš 

Il duro lavoro ripaga sempre, è questa la sintesi della filosofia di Artūrs Strautiņš, concetto che riprende più volte durante la chiacchierata – la prima “a distanza” per la nostra rubrica – e che sembra proprio una caratteristica tipica degli abitanti della Lettonia. Ingus Jakovičs (anche lui lettone, N.d.R.) ci aveva raccontato che nel suo paese le persone ripetono spesso “Nekad nepadodies” – never give up, che Artūrs rielabora come “non fermarti mai, nemmeno nei momenti più difficili”.

Nasce a Jūrmala, in Lettonia, «una città di mare vicino a Riga, che d’estate di riempie di turisti – soprattutto russi – che passano lì le vacanze. Il posto è bellissimo, però fa un po’ più freddo che in Italia». Il 20 Ottobre 2013 diventa il secondo giocatore più giovane a debuttare nella prima divisione lettone, all’età di 14 anni: «Non era importante quanti anni avessi, volevo semplicemente mostrare a tutti quello che sapevo fare». Se gli si chiede come sia cresciuto così tanto – fino ad arrivare ad essere uno dei giocatori più indispensabili di questa Openjobmetis – la sua risposta è «per la mentalità lettone», o in altre parole «perché voglio lavorare, lavorare tanto. Se vuoi giocare ad alto livello, non puoi andare a casa e passare l’estate a prendere il sole, e poi pensare di poter giocare bene la stagione successiva. Non funziona così».

Non a caso, chi lo seguiva sui social l’ha visto allenarsi duramente per tutta l’estate: «Durante i mesi estivi, lavoro con il mio individual coach, mi alleno ogni giorno per essere pronto per la stagione». Proprio per la sua attitudine a dare sempre il massimo, il modello che segue è infatti quello di Kobe Bryant, da cui ha imparato che «bisogna impegnarsi prima di tutto “dietro le quinte”, quando non ti vede nessuno».  Funziona per il basket, insomma, ma funziona anche in qualsiasi ambito della vita: «Anche mio fratello, che adesso non gioca più a pallacanestro ma lavora con mio papà, ha questa stessa mentalità. È il valore che da sempre ci hanno trasmesso».

Certo, Artūrs è nato con la pallacanestro nel sangue. «Nella mia famiglia, tutti giocano o hanno giocato a basket: mio papà, mia mamma, mio fratello. Io sono l’ultimo, sarebbe stato impossibile per me fare qualsiasi altro sport. Quando ero piccolo, mi hanno semplicemente messo un pallone in mano: fuori da casa mia c’è un canestro, e io passavo lì tutte le giornate, anche quando nevicava. Anche quando ho iniziato a fare gli allenamenti in palestra, non ho mai smesso di tirare in quel canestro davanti a casa».

Da un punto di vista cestistico, la stagione migliore fin ora è quella di quest’anno a Varese, perché «gioco bene e gioco tanto, e mi trovo benissimo con la squadra»; dal lato extra-cestistico ogni città gli ha lasciato qualcosa di bello «in Sicilia c’era il mare e il caldo, ma anche Reggio e Trieste mi sono piaciute. Qui a Varese sto visitando bellissimi posti (prima del lockdown), in città e fuori città: dal lago di Garda al lago di Como, da Milano a Genova». Non è un caso, insomma, che parli italiano benissimo, con qualche parola che rivela cadenze di chi ha imparato la nostra lingua in regioni diverse della penisola.

Giocare senza pubblico è dura, ma Artūrs assicura che il calore dei tifosi arriva alla squadra anche attraverso i social media: «Prima o dopo ogni partita, vediamo che tanti tifosi scrivono “in bocca al lupo” o “Forza Varese”. Noi li sentiamo comunque, anche a distanza». C’è tantissimo basket, nella vita di Artūrs Strautiņš, e la volontà di dare tutto sé stesso per portare avanti il suo punto focale: quando non gioca, guarda partite in televisione, soprattutto Eurolega, ma anche un po’ di Lakers. Solo basket: «Non mi piace il calcio. Perché dovrei guardare una partita per 90 minuti quando il risultato magari rimane 0-0?». Solo basket, almeno per i prossimi diciotto anni: «Adesso ho 22 anni, sicuramente giocherò almeno fino a 40 anni, come Luis. Dopo ci pensiamo».

È mettere la palla a spicchi sempre al centro, insomma, quello che colpisce di Artūrs: consapevole che il duro lavoro ripaghi sempre e che non ci si debba mai fermare neanche nei momenti di difficoltà, è pronto a seguire i suoi sogni, senza perdere mai quella mentalità che lo ha portato fino a qui.