Crea sito

Giovanni De Nicolao

Giovanni De Nicolao

Rest at the End, not in the Middle

Intervista a Giovanni De Nicolao

Quello che colpisce quando parla Giovanni De Nicolao, è la naturalezza con cui sottintende come il risultato di ogni situazione sia dato dalla somma delle persone che ti circondano. La stessa storia ha un finale positivo o negativo non se il narratore ne cambia la trama, ma in base ai personaggi che compaiono nel mezzo del racconto. È per questo che parla tantissimo dei suoi maestri Giovanni De Nicolao, di chi lo ha aiutato a crescere e a migliorare, e pochissimo di come il proprio talento lo abbia portato a giocare in quintetto tutte le partite dell’università di San Antonio fin dal primo anno da freshman – «Cosa abbastanza rara», sottolinea senza nemmeno un filo di vanità. È questa la caratteristica che si coglie immediatamente, un vero e proprio marchio di famiglia. «Una cosa che i miei genitori mi hanno insegnato è essere umile e disponibile con tutti. Non amiamo farci vedere, ma nel nostro piccolo siamo pronti a dare una mano a chiunque abbia bisogno di aiuto».

Quando parla dell’America – è stato playmaker degli UTSA Roadrunners dal 2016 al 2019 – racconta di quanto un periodo passato lontano da casa sia indispensabile innanzitutto per comprendere chi sei. «Hai tempo per capire cosa vuoi e cosa non vuoi fare. Devi organizzarti e comprendere come va il mondo. Ma soprattutto, hai tempo per sbagliare».

Per essere precisi però, Giovanni De Nicolao ha giocato in Texas, non in America. Scherza dicendo che «Il Texas è proprio una cosa a parte. Se chiedi ad un Texano da dove viene, ti dirà sempre “dal Texas” non “dall’America”. Per questo motivo quando giochi in un’università di una grande città come San Antonio, ne percepisci l’importanza». Il paragone sorge quasi spontaneo: quell’orgoglio lo conosciamo anche noi tifosi di Varese. D’altra parte, il Basket Siamo Noi nasce anche per celebrare un senso di appartenenza comune.

Tornando ai suoi maestri, parla di quanto le figure intorno a lui lo abbiano reso una persona migliore. Da Marco Ramondino a Casale Monferrato che gli ha insegnato a «leggere situazioni che i miei compagni in America magari non riuscivano a capire», a tutto lo staff della squadra del college di San Antonio: «Avevamo cene e riunioni ogni lunedì sera a casa degli allenatori o dei donors (i finanziatori delle squadre, N.d.R.) in cui ogni volta si parlava di un argomento diverso, che non c’entrava nulla con il basket, per esempio come vivere fuori dal campus, come comportarsi nella vita reale. Ci parlavano del “circolo del fallimento”, e che per uscire dal cerchio è necessario semplicemente cambiare».

Sventola ancora alta la bandiera dell’american dream negli Stati Uniti. Per citare l’esempio di Giovanni, lo si capisce «daipapà che portano i bambini alle partite per mostrare loro dove si può arrivare: è una cultura basata molto sull’arrivare da qualche parte, qualunque parte sia. Ma l’importante è aspirare sempre al massimo». Il suo american dream di vincere laconference, invece, è sfumato proprio durante l’ultimo anno di college, quando il sogno dell’NCAA e del March Madness è finito con una sconfitta della sua squadra in semifinale.

Ma chi ha detto che il sogno americano deve essere solo uno? Fra gli obiettivi di Giovanni De Nicolao c’è proprio quello di restituire quello che i suoi maestri gli hanno dato. «Essere un allenatore in America significa influenzare la vita delle persone ed è quello che mi piacerebbe fare in futuro: essere non solo un allenatore di basket ma anche un mentore per i ragazzi, aiutarli a costruire una vita migliore».

Dopo Giancarlo Ferrero e Nicola Natali, ora è il turno di Giovanni De Nicolao: sembra che Varese voglia solo giocatori laureati. Con un titolo triennale in Kinesiology – scienze motorie e fisioterapia– dalla University of San Antonio, vuole continuare la magistrale in Italia in scienze motorie o in alimentazione. Se invece nella sua vita non giocasse a basket, farebbe qualcosa che lo tenga a contatto con la natura, come conservazione dei beni ambientali. È anche per questo che si trova bene a Varese: «Mi piace fare passeggiate, vado al Sacro Monte, al lago e esploro sempre posti nuovi. Qualche giorno fa sono andato ad Azzate, c’era una vista stupenda».

La giornata inizia con un po’ di yoga – «ho iniziato in quarantena» – e spesso finisce con piatti tex-mex, tacos o wings. Ma da vero veneto alla domanda “Cosa c’è in cima alla classifica?” lo spritz regnerà sempre sovrano. «Chiedete ad Andersson il piatto italiano che gli è piaciuto di più fino ad ora. Se risponde pizza mi arrabbio, l’ho portato io a mangiare il risotto poco tempo fa».

L’essenza di Giovanni De Nicolao è sintetizzata bene dal suo motto, preso in prestito da Kobe Bryant: “Rest at the end, not in the middle”, o come lo traduce lui «quando stai facendo una cosa, continua a dare il massimo». Lo si vede dalla tenacia in campo, e dall’ottimismo che lo porta a «vedere sempre qualcosa di positivo negli altri. Non mi impongo su nessuno, lascio fare a tutti. Vivo e lascio vivere».

Confucio diceva 三人行必有我师 (sān rén xíng , bì yǒu wǒ shī), se tre persone camminano insieme, almeno uno di loro è un mio maestro. In altre parole, c’è sempre da imparare dagli altri. Sintetizza bene la filosofia di Giovanni De Nicolao: impara dagli altri, dai il massimo, non importi mai. Doti preziose per un playmaker, dentro e fuori dal campo.