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Ingus Jakovičs

Ingus Jakovičs

«Non so se vi rendiate conto di quanto sia bello vivere qui»

Intervista a Ingus Jakovičs

Ingus Jacovics emana gratitudine da ogni parola che pronuncia. Ti fa osservare la realtà da una prospettiva nuova, dall’angolazione di uno straniero che arriva in Italia e descrive la nostra normalità come qualcosa di straordinario. Ci fotografa con parole di una gentilezza nordica e sincera, come se volesse fare notare a tutti i costi la bellezza che ci caratterizza. Forse è perché siamo noi che l’abbiamo un po’ dimenticata. 

Nasce in Lettonia, a Madona, «una cittadina piccolissima, con meno di 30 000 abitanti. Nella mia città c’era solo una palestra, aperta due ore al giorno, e nient’altro con cui divertirsi. Io e mio papà, quando avevamo finito io di studiare e lui di lavorare, andavamo lì a giocare, a basket o a calcio. È così che, alla fine, mi sono innamorato della pallacanestro». Quando era un bambino il suo modello era Dirk Nowitzki: «Mi piaceva perché era altissimo, io purtroppo non sono cresciuto così tanto».

I Lettoni sono diversi dagli Italiani, così afferma Jacovics. «Noi siamo chiusi, voi invece siete sempre pronti a parlare con chiunque. E poi qui tutti mi sorridono, non ci sono abituato». Si sofferma a lungo anche sul concetto di passione: «Non avevo mai giocato in un posto in cui i tifosi vanno alle partite e urlano a tal punto che non riesci a capire neanche quello che il tuo compagno a due metri di distanza ti sta dicendo. Sono sensazioni pazzesche». E si domanda come i tifosi riescano a mantenere quella stessa dose di partecipazione anche in una situazione come questa di emergenza sanitaria: «Per noi giocatori è più facile, continuiamo a venire al palazzetto, ci alleniamo, giochiamo. Ma voi, come fate a trovare quell’energia che ci sostiene anche adesso?».

La riconoscenza verso Varese non è di circostanza, dato che non si tira indietro quando deve criticare altre esperienze all’estero, per esempio la sua stagione in Russia. «Innanzitutto, quando sono atterrato e sono sceso dall’aereo c’erano -40 gradi, e poi in quella zona pochissimi sapevano parlare inglese. La comunicazione era difficile, anche in campo».

Il cibo lettone non gli manca, anzi mangia volentieri quello italiano: «I nostri piatti tipici sono a base di patate, carne, sottaceti. Sicuramente a voi non piacciono. Sono innamorato della cucina italiana, anche se mangiate in modo un po’ diverso da noi: in Lettonia mettiamo tutto nello stesso piatto, non come voi che avete portate diverse. La scorsa stagione a volte mi trovavo con Siim-Sander Vene per cucinare cibi lettoni ed estoni insieme».

Il valore principale che cerca di seguire è quello di «essere sempre onesto con gli altri». Da bravo fratello maggiore, lo sta insegnando anche a sua sorella: «Le ripeto di non mentire mai, soprattutto sulla scuola. Anche perché adesso, con le classi online, è facile scoprirlo».

Viviamo in un mondo digitale, in cui essere sempre connessi è diventato quasi un obbligo, ma Ingus Jacovics non ci sta. Ha disinstallato Instagram qualche anno fa, perché «mi ero reso conto di stare passando più tempo sui social che nella vita reale. Quindi adesso preferisco godermi il momento fuori dai social media, anche se tanti mi dicono che sono pazzo».

Alla sua affermazione «non so se vi rendiate conto di quanto sia bello vivere qui», io risponderei che no, forse non ne siamo pienamente consapevoli. Deve ricordarcelo Ingus, che dice senza indugio «per me qui è perfetto, non cambierei nulla». Da quando è in Italia, si è appassionato anche al calcio, «tifo Milan», ma guarda tantissimo sport, dall’hockey sul ghiaccio alle arti marziali. Nonostante questo, nella sua vita non riesce ad immaginarsi a fare «nient’altro che non sia giocare a pallacanestro».

«Da noi nessuno ti aspetta alla fine della partita per applaudirti, dopo le vittorie e anche dopo le sconfitte. Per me è impensabile. Quando qualcuno dopo una gara mi applaude, io mi fermo e penso sempre “che cosa ho fatto di speciale per meritarmi questo?”. Strautins (anche lui lettone N.d.R.) gioca in Italia da tanti anni, io non mi sono ancora abituato a tutto questo».

Racconta che nel suo paese le persone ripetono spesso “Nekad nepadodies” – never give up. Non so se i Lettoni siano tutti come Ingus Jacovics, ma io me li immagino proprio così: instancabili, un po’ timidi, silenziosi, ed incredibilmente gentili. Non è un caso che alla fine dell’intervista mi ringrazi più lui di quanto non riesca a fare io.

In realtà siamo noi ad esserti grati: perché bastano gli occhi per capire quanto profonde e vere siano le parole di chi ti sta di fronte.