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Niccolò De Vico

Niccolò De Vico

L’importanza di unire i puntini

Intervista a Niccolò De Vico

Se invece di un’intervista fosse stato un colloquio per le risorse umane, lo avremmo assunto immediatamente. Perché Niccolò De Vico non solo sa fare molto bene il proprio lavoro, ma ha un curriculum extra-cestistico che mostra tutto il suo carisma e la sua creatività. «Ognuno di noi, parallelamente al basket, deve portare avanti le proprie passioni, esplorare altri percorsi. In futuro, basterà solo unire i puntini, e sicuramente ne uscirà qualcosa di buono». E infatti sta studiando per diventare sommelier, ha fatto un corso di falconeria, è parte del progetto di volontariato “Slums Dunk”, e da bambino era stato preso dalle giovanili dell’Atalanta – salvo poi preferire «il caldo e il pulito della palestra al freddo e al fango del campo da calcio».

Partendo dalle origini, Niccolò De Vico inizia a spostarsi da giovanissimo: «Sono nato a Monza ma sono andato via da casa a quindici anni, quando mi sono trasferito a Biella. Il primo mese è stato un po’ complicato – forse più per i miei genitori che per me – ma poi ho iniziato a divertirmi: ero libero, sono cresciuto velocemente, ho conosciuto ragazzi fantastici alcuni dei quali sono ancora i miei migliori amici». A proposito dei suoi genitori, racconta che l’insegnamento più grande che gli hanno trasmesso è proprio il valore dell’importanza della famiglia, che occupa ancora un posto fondamentale nella sua vita: «Cerco sempre di trovare il tempo per tornare a casa mia».

Il modello da bambino è Matteo Soragna: «Vedevo in lui il vero professionista. Un po’ come Luis Scola, anche Matteo è arrivato a giocare ad ottimi livelli fino a quasi 40 anni. Percepivo tutta la sua professionalità: si fermava mezz’ora dopo l’allenamento a fare stretching e ghiaccio, in pullman si metteva la sciarpa per non prendere aria, seguiva un’alimentazione perfetta. Sono cose che fanno la differenza, quindi quando tendo a “sgarrare” ancora adesso penso a lui e mi rimetto sulla giusta strada».

I suoi modelli di oggi, invece, sono «tutti quei giocatori migliori me, da cui cerco di prendere spunto in campo o in televisione». Impara dentro e fuori dal parquet Niccolò, e prova a “unire i puntini” in tanti ambiti diversi, per esempio quello del vino: «Sono al secondo livello per diventare sommelier». In questo modo, quando finirà la carriera da giocatore, potrà «per sei mesi gestire un chioschetto in Thailandia o ai Caraibi, proporre cucina e vini italiani; per sei mesi portare in giro i turisti con cani da slitta e cavalli a Ponte di Legno», e magari sfruttare le sue conoscenze sulla natura e gli animali.

Proprio in riferimento a questo, racconta che quando era a Reggio Emilia ha seguito un corso di falconeria. «Il lunedì, che era il nostro giorno libero, andavo sugli Appennini reggiani in mezzo alla natura e facevo qualche ora di corso di falconeria con rapaci, aquile, poiane, falchi». Destino vuole che qualche settimana fa è arrivato al palazzetto di Varese proprio un falconiere con un gufo reale per cacciare i piccioni, «ed io sono stato l’unico ad avvicinarmi e toccare l’animale. I miei compagni, invece, erano tutti un po’ impauriti».

Non ci sono solo passioni, ma anche tanta volontà di aiutare il prossimo: quando parla di Slums Dunk – il progetto ideato da Bruno Cerella e Tommaso Marino che ha come obiettivo quello di educare attraverso la pallacanestro – gli brillano letteralmente gli occhi. Racconta della sua esperienza in Africa di due estati fa, di come sia stato toccante venire a contatto con una realtà che «non puoi nemmeno immaginare finché non la vedi». Parla di Javan, un ragazzino keniota che qualche anno fa è arrivato in Italia per studiare e giocare a pallacanestro: uno dei tanti ragazzi a cui Slums Dunk ha regalato un futuro. Sorride quando ripensa alla sorpresa sul volto dei bambini nelle piccole cose: «Ero in stanza con Simone Raso, avevamo una polaroid, scattavamo foto e le regalavamo ai bambini. Loro vedevano l’immagine nera e non capivano. Dicevamo loro di scuoterla e poi osservavamo la loro reazione quando vedevano la fotografia apparire: era magia».

Se potesse avere un super-potere, gli piacerebbe saper volare.  Proprio perché volare – in aereo– è una delle sue paure più grandi. Se fosse un personaggio di una serie TV, sarebbe Pablo Escobar – ma in versione buona – perché «ha vissuto la sua vita al massimo». Se fosse un cantante, sarebbe Bob Marley, perché «è sempre stata una persona vera, ha sempre detto quello che pensava, ha cambiato la gente, ha unito, ha portato una musica mai sentita prima in giro per il mondo in anni in cui non c’erano i social network, non c’erano i video, non c’era nulla della comunicazione di oggi».

Adesso, invece, “connettersi” è diventata per tutti una parola di uso comune: Niccolò sul web è pullcnell.19, nickname scelto insieme a Luca Infante che lo ha «convinto a iscriversi a Instagram». Afferma che «sulla propria pagina ognuno dovrebbe essere il più vero possibile, non mi piacciono i profili in cui è palese che sia tutta finzione. Per questo i miei post hanno una certa serietà, mentre nelle storie cerco di mantenere la mia vita quotidiana. Però ho imparato ad evitare determinati tipi di contenuti, perché sono un professionista e rappresento una società». A costo di non schierarsi: «Nel nostro piccolo siamo influenti, ma non mi permetterei mai di giudicare alcuna decisione, nemmeno quelle sul mondo del basket, perché non avrei abbastanza credibilità».

Ha sempre giocato in Italia, ma in futuro farebbe volentieri qualche stagione all’estero, per conoscere realtà e lingue diverse: «Uno dei miei sogni è sempre stato giocare al Maccabi Tel Aviv. Fin da piccolo ero innamorato della loro tifoseria, e poi il giallo delle loro magliette mi manda fuori di testa». Se non giocasse a basket, invece, farebbe il cardiologo. «Mio padre ha un leggero soffio al cuore, quando ero piccolo e giocavo con lui a volte si sforzava troppo e si doveva fermare: sono cresciuto con l’idea che avrei dovuto curarlo».

L’importanza di unire i puntini è proprio questa: essere consapevoli che la vita sia il risultato delle decisioni prese giorno dopo giorno, e che il destino nasca dal coraggio di mettersi in gioco fuori dalla propria comfort-zone. Niccolò De Vico sa come accumulare la giusta dose di flessibilità che gli permetta di raggiungere la meta pensando già al prossimo passo da intraprendere, ma con la volontà di rimanere sempre sé stesso. Dopotutto, basterà solo unire i puntini.