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Stefano Bizzozi

Stefano Bizzozi

Il Boomer che ogni Millennial dovrebbe avere come maestro

Intervista a Stefano Bizzozi

Stefano Bizzozi è come quell’insegnante che al liceo esigeva sempre il massimo, che ti faceva “sudare” il risultato, che ti faceva studiare con sforzo e fatica. Ma che riusciva a spiegarti che «è la conoscenza l’obiettivo dello studio, non il voto». Pensiamo per un istante ai professori che abbiamo incontrato durante il nostro percorso scolastico: a chi siamo grati per averci trasmesso quello di cui adesso – nelle nostre vite reali – abbiamo bisogno? Proprio a loro. Possiamo non ricordarci le eccezioni della terza declinazione, la formula chimica del saccarosio, il teorema di Euclide, ma sappiamo perfettamente che per raggiungere qualsiasi obiettivo nella nostra vita attuale serve quella stessa disciplina che, pochi o tanti anni fa, abbiamo impiegato per risolvere quell’equazione di secondo grado che sembrava impossibile.

Nasce a Dolo e vive a Mira, quella zona della riviera del Brenta in cui «tutto quello che arrivava dalla città, Mestre o Venezia, arrivava sempre un po’ dilatato nel tempo. Noi Veneziani di campagna non avevamo certe cose di cui erano subito padroni i nostri coetanei delle città. Quindi anche quando è arrivato il basket è stata una cosa molto strana per tutti noi, ma che ha colto immediatamente i favori di molti ragazzi della zona». Chissà se avrebbe potuto mai immaginare che quel nuovo sport un giorno lo avrebbe portato ad essere uno degli allenatori più stimati del panorama italiano, nonché il responsabile dell’Academy Varese. Racconta del primo campetto, dietro alla chiesa, con «il campanile che faceva ombra e ghiacciava il campo per metà», dove si arrivava «già cambiati, con due o tre tute addosso», almeno fino a quando non è arrivato lo spogliatoio: «Una stanza fatiscente con le finestre rotte e due docce nell’ex cinema dell’oratorio». E pensare che a Mestre c’erano già le palestre.

Insomma, si giocava con una semplicità e una passione che un po’ mancano nella pallacanestro di oggi, «non perché i ragazzi adesso siano meno appassionati, semplicemente ora hanno molte più cose. Noi ci appassionavamo di poco perché di poco ci si poteva entusiasmare. Il tempo che avevamo, lo passavamo giocando: con quell’agonismo che è funzionale alla crescita del ragazzo, non per superare o battere qualcuno».

È proprio questo il concetto cardine della sua filosofia di allenamento verso i giovani: «Bisogna mettere il ragazzo al centro dell’attenzione, non il risultato, come invece si fa quando si allena a livello professionistico. Occorre provare a creare una figura che sia autonoma e creativa.  Per poter fare questo devi ribaltare un certo modo di pensare, dire a te stesso “ho perso la partita ma è come se l’avessi vinta, ho vinto la partita ma è come se l’avessi persa”. La pallacanestro per i giovani deve essere un divertimento serio, e l’allenatore deve avere sempre un’onestà di fondo, perché i giovani se ne rendono conto e la riconoscono: quindi se puoi essere un esempio, sii un esempio in positivo».

A proposito di esempi, secondo Stefano i veri modelli di vita sono tutti coloro che «si impegnano concretamente a fare qualcosa per gli altri. La maggior parte sono persone sconosciute, ma che sarebbero disposte anche a morire per il prossimo». Lui non ammetterà di essere un modello, quindi lo facciamo molto volentieri noi: anche Stefano è in prima linea per aiutare chi ne ha bisogno, in particolare attraverso la sua Onlus “Sports around the World”.

La nascita di questo progetto sembra non c’entrare nulla con il suo sviluppo successivo, ed è questo che rende tutto ancora più incredibile: «Durante i miei anni alla Scavolini Pesaro, stando a contatto con dei veri campioni, mi ero reso conto che i giocatori più forti fossero anche tra le migliori persone fuori dal campo di gioco; quindi se io volevo avere ottimi giocatori durante le partite, dovevo dare degli strumenti ai ragazzi per migliorare come persone fuori dal campo». Ricorda con il sorriso quella volta in cui portò tutto il settore giovanile di Pesaro a vedere uno spettacolo teatrale a Milano a favore di un’associazione di beneficienza, e chiese espressamente che il biglietto fosse pagato dai ragazzi, non dalle loro famiglie, «i genitori pensavano che fossi diventato matto». Cominciò così il programma “Giovani Scavolini”, che comprendeva molti aspetti di crescita dei ragazzi, e dopo qualche tempo «fui contattato da un medico che stava costruendo un ospedale in Africa. Organizzammo una raccolta di materiale, ristrutturammo un campo da basket, e nel 2006 andai con lui in Camerun per la prima volta. Nel frattempo, avevamo già aiutato una scuola in Eritrea, completato un progetto per il Brasile, mandato materiale in Argentina».

Disteso sulle radici di alberi secolari, l’odore della terra africana lo riporta al fango, alla laguna poco nobile dell’infanzia: «In Africa c’è qualcosa di antico e primitivo. Nelle nostre missioni siamo sempre abbastanza lontani dalla civiltà, è lì che i bambini vorrebbero giocare insieme ma non possono. Sanno divertirsi con qualsiasi cosa individualmente, ma noi diamo loro quegli strumenti – come un pallone, che per noi è un oggetto assolutamente banale – per socializzare e per immaginare che con lo sport possano avere un’aspettativa di vita diversa. Hanno pochi mezzi per poter auto-determinare la loro esistenza. Lo sport potrebbe essere uno di questi».

Quello che si impara da culture diverse ti arricchisce più di ogni altra cosa. Lo sa bene Stefano Bizzozi, che ricerca giovani giocatori in tutto il mondo da far crescere insieme ai talentuosi ragazzi italiani nelle giovanili varesine. «Ci sono delle caratteristiche dell’era tecnologica che non mi piacciono, per esempio la risposta immediata a qualsiasi cosa che si cerchi, ma senza alcun tipo di approfondimento. Però c’è anche il risvolto della medaglia di questa situazione: il mondo è aperto. Mettere insieme diverse culture, stati d’animo, emozioni e saperli condensare in un’unica squadra può portare alla crescita di ogni singolo giocatore». C’è anche una volontà di socialità, in particolare se si pensa ai due ragazzi camerunensi arrivati a Varese lo scorso febbraio: «sono bravi giocatori di pallacanestro e le loro pagelle sono ottime. Con questa opportunità da grandi avranno un salario che permetterà loro di aiutare a casa le loro famiglie. Sono meritevoli di essere aiutati».

Ritornando all’era tecnologica, è inevitabile parlare anche di social media. «A me non piace tanto questo tipo di comunicazione, sembra che ti rubi qualcosa, che rubi il tuo tempo, forse è perché sono davvero un po’ Boomer. Però bisogna rendersi conto del mondo in cui stiamo vivendo, e che i giovani attraverso i social network possano interagire con te ogni volta che lanci un messaggio». Forse è un po’ questo che manca al basket italiano, una comunicazione efficace che permetta ai giovani di recepire e interagire, e magari appassionarsi. Non è un caso che l’NBA, perfettamente capace di esprimersi in questo modo, abbia così tanto seguito. «E poi servono strutture e progetti sportivi di un certo livello: il ragazzo che fa sport in un certo modo si appassiona, lo guarda, partecipa, e quando finirà la sua carriera da giocatore magari rimarrà tifoso».

È un vero insegnante, Stefano Bizzozi. Di quelli che riescono a trasmetterti i valori del passato ma sempre contestualizzandoli nel presente, in modo che lo scambio sia sempre reciproco. Che ti sa spiegare che nel mondo ci sono situazioni che noi neanche ci immaginiamo, e che aiutare gli altri fa migliorare prima di tutto te stesso. Insomma, è il Boomer che ogni Millennial dovrebbe avere come maestro.